sabato, settembre 12, 2009
EXIT STRATEGY
Sull’agenda delle riforme strutturali è calato il silenzio. Il disinteresse in parte si spiega con il fatto che la grave instabilità macroeconomica globale che stiamo affrontando calamita inevitabilmente l’interesse generale. Perciò, si discute molto di “exit strategy” dalla crisi economica. Al riguardo il nostro ministro dell’economia ha dichiarato di non aver dubbi che, così come è stata comune a livello europeo la gestione della crisi, lo sarà anche l’uscita. Compatibilmente, beninteso, con la realtà di ogni paese. La sicurezza del ministro è rassicurante, salvo che per un particolare. Qual’è questa “strategy” decisa dai governi europei? In un certo senso, si tratta di una strategia obbligata: la revoca dell’insieme degli interventi straordinari di sostegno e stimolo adottati per fronteggiare la crisi. In realtà, il dilemma centrale di questa ipotizzata “exit strategy” riguarda i tempi dell’uscita. È già venuto il momento di questa uscita? Le opinioni tra gli esperti sono divise, le indicazioni congiunturali controverse, ma ciò che più conta e che non si capisce a quali conclusioni siano giunti i governi che dovrebbero decidere tempi e modi di questa “exit strategy”. In ogni caso, la faccenda è piuttosto complessa perché in ballo ci sono due problemi tipicamente macroeconomici, l’inflazione e il debito pubblico, che rendono ancora più complicato l’intento di coordinare le politiche macroeconomiche nazionali e adottare strategie comuni.
Prendiamo il caso dell’Italia e torniamo al punto dal quale eravamo partiti – le riforme strutturali. Intanto c’è da dire che l’economia italiana è tutt’altro che fuori dalla pesante recessione in cui si trova da due anni. Proprio ieri l’Istat ha confermato il dato negativo del Pil nel secondo trimestre (- 0,5 per cento in termini congiunturali e – 6 per cento rispetto al 2008). I dati sull’occupazione non sono migliori e non a caso lo stesso ministro Tremonti ha rivendicato la scelta di concentrare le risorse disponibili proprio sui cosiddetti ammortizzatori sociali. Ma il punto è proprio questo: il governo italiano ha usato con molta cautela la politica fiscale discrezionale, limitandosi a rafforzare gli stabilizzatori automatici (di cui fanno parte gli ammortizzatori sociali) e poco altro. Da questo punto di vista non c’è nulla che il governo debba revocare, semplicemente perché non c’è stato un intervento straordinario di stimolo fiscale discrezionale. Ovviamente il disavanzo e il debito pubblici sono aumentati per effetto della recessione. Ma, come si sa, entrambi erano già alti prima della recessione. Da questo punto di vista il nostro problema resta, oggi come ieri, quello di stabilizzare tale debito e di ridurlo gradualmente (in rapporto al pil). E c’è un solo modo per farlo: attraverso la crescita del pil. E qui veniamo alla faccenda delle riforme strutturali. Anche se la recessione globale ha ovviamente peggiorato le cose, la crescita della nostra economia era anemica da prima. E lo è da almeno 15 anni. Alla base della prosperità di un paese c’è il livello e la dinamica della produttività, la quale determina la capacità di competere del sistema economico e il tasso di rendimento degli investimenti. L’ultimo rapporto del World Economic Forum (WEF) mostra che l’indice di competitività dell’Italia ci colloca tanto in basso (al 48° posto su 133 paesi, la performance peggiore tra i paesi del G-7) a causa di alcune debolezze strutturali ormai note. Il mercato del lavoro tra i meno flessibili del mondo, lo stato delle finanze pubbliche, l’alto livello di corruzione e di crimine organizzato, etc. Secondo il WEF, il primo pilastro della competitività è rappresentato dalle istituzioni, la piattaforma legale e amministrativa attraverso la quale gli individui, le imprese e i governi interagiscono per generare reddito e ricchezza in un’economia. Ebbene, è in relazione a questo “pilastro” che l’Italia ottiene molti punteggi bassi: fiducia pubblica nei partiti, spreco di denaro pubblico, efficienza del sistema legale, trasparenza delle decisioni politiche, e così via. Dal canto suo, l’ultimo Rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che in una classifica di 183 paesi colloca l’Italia al 78° posto, indica quanto sia complicato e costoso fare impresa nel nostro paese a causa degli adempimenti burocratici, dei rapporti di lavoro, dell’accesso al credito, del pagamento delle imposte, dell’inefficienza della giustizia civile, ecc.
Ora, alcune di queste debolezze strutturali possono essere affrontate da riforme che hanno costi economici insignificanti. Il governo Berlusconi ha in agenda alcuni di questi interventi, a cominciare dalla riforma della pubblica amministrazione del ministro Brunetta. Queste riforme possono contribuire ad aumentare il tasso di crescita del nostro potenziale in modo non marginale, a patto che siano realizzate senza annacquamenti e con tempestività. Ovviamente, non basta. Servirebbe anche abbassare le tasse, rendere più flessibile il mercato del lavoro e liberalizzare quello dei servizi. Qui la faccenda si fa complessa e richiede un intero Diario.
mercoledì, giugno 10, 2009
Election Day
Sui risultati delle elezioni se ne sentono di tutti i colori, ovviamente. Per quanto riguarda le elezioni europee, che rappresentano il voto nazionale di questo election day, si può fare un po’ di chiarezza molto semplicemente osservando i nudi dati. Con l’aiuto della tabella e del grafico.
In sintesi emergono due elementi essenziali:
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2009
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2008
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Elettori
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50.341.790
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47.126.326
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Votanti
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32.747.722
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37.936.692
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65%
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81%
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Voti Validi
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30.645.765
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36597381.85
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PDL
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10.807.327
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13.628.865
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0.352653197
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0.3724
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LEGA
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3.126.915
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3.024.522
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10%
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8%
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MPA e Destra
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682.046
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410.487
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2%
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1%
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Totale
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14.616.288
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17.949.103
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48%
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49%
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Fiamma
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244.982
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885.229
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Forza nuova
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146.619
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108.837
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PD
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8.007.854
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12.092.998
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26%
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33%
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IDV
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2.452.569
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1.593.675
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8%
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4%
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SVP
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143.027
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147.666
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RADICALI
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743.273
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2%
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PD+RAD
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8.751.127
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29%
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Totale
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11346723
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13.834.339
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37%
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38%
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UDC
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1.996.901
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2.050.319
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7%
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6%
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Rifcomunista
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1.038.247
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3%
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Sinistra e libertà
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958.458
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3%
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Rif Com+ SL
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1996705
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1.124.418
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7%
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3%
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- Polarizzazione – si conferma la polarizzazione dell’elettorato italiano. I due poli del centro destra e del centro sinistra mantengono grosso modo la stessa forza relativa che avevano raggiunto alle elezioni politiche dell’anno scorso: 48-49% il polo (Pdl, Lega e Mpa) che in questa legislatura esprime il governo del paese, e 37-38% il polo di opposizione (Pd, Idv e Radicali). Dunque un divario di 10/11 punti percentuali. Da questo punto di vista, nulla ma proprio nulla è cambiato (se non marginalmente: entrambi i poli hanno perso un punto percentuale). Allo stesso tempo vi è stata una ricomposizione all’interno di entrambi i poli con uno spostamento di consensi, in termini di percentuali ma non di voti, dal Pdl (che ha perso quasi 3 milioni di voti) alla Lega nel centro-destra, e, sia intermini percentuali che assoluti, dal Pd (che ha perso circa 3.5 milioni di voti e 4 punti %) all’Italia dei valori nel centro-sinistra. In effetti, se si guarda ai voti assoluti, si può notare che solo l’Idv di Di Pietro ha accresciuto il suo consenso (da un milione e mezzo a due milioni e mezzo), mentre la Lega ha mantenuto grosso modo i suoi tre milioni di voti. E già, perché l’altra caratteristica essenziale di questa tornata elettorale è stata l’espansione dell’astensione. E siccome il numero dei votanti si è ridotto di oltre il 15%, le variazioni delle percentuali, tra il 2008 e il 2009, non sempre riflettono variazioni dei voti assoluti. Così è, ad esempio, per l’Udc di Casini, che ha registrato un incremento di circa l’un per cento (da 5.6 a 6.5) ma ha più o meno mantenuto i suoi due milioni di voti (la sinistra radicale, Rifondazione comunista & soci e Sinistra e libertà e soci, che si presentava distinta a queste elezioni ma che era unita nella Sinistra arcobaleno alle precedenti, ha invece riacquistato grosso modo, in aggregato, il peso di due milioni di voti che aveva prima del tonfo delle politiche 2008, mancando peraltro il superamento dello sbarramento al 4%).
In conclusione, si conferma la tendenza bi-polare. Se essa evolverà in senso bi-partitico oppure no, dipenderà dalla capacità dei due partiti principali, Pdl e Pd, e da altri fattori. Nessuno dei quali mi sembra all'opera in questo momento;

Delusione – la percentuale dei votanti si è drasticamente abbassata dall’81% al 65%. Questa riduzione è da attribuirsi soprattutto al comportamento degli elettori meridionali e delle isole. Il calo naturalmente ha a che fare anche con il tipo di posta in palio – il parlamento europeo – che in tutta Europa non ha suscitato l’entusiasmo degli elettori. Tuttavia, in Italia ha cause specifiche come mostra anche l’asimmetria geografica che si è detta.
Se si sommano gli astenuti con le schede bianche e nulle, si ottiene un percentuale di elettori delusi di circa il 40%: 4 italiani su 10 o non vanno a votare o votano scheda bianca o l’annullano. Per restare agli astenuti, stiamo parlando di quasi 18 milioni di potenziali elettori che sono delusi scontenti disaffezionati. Il doppio quasi di un anno fa. Di gran lunga il primo “partito” italiano.
mercoledì, maggio 13, 2009
Carlo Marx e l'efficienza della PA
n Francia esiste un piccolo partito anticapitalista – che naturalmente si chiama “Nouveau” parti anticapitaliste – il cui leader ha ottenuto alle ultime presidenziali un milione e mezzo di voti (poco più del 4 per cento). Ma oggi, nel contesto di un clima sociale in fermento, il potenziale elettorale di questo partito è dato in crescita (sino al 12 per cento), al punto da essere considerato una minaccia per la sinistra tradizionale e un fastidio per lo stesso Sarkozy. Il quale, nella attuale congiuntura economica, incontra una certa difficoltà a convincere i francesi a prender sul serio il suo slogan “lavorare di più per guadagnare di più”. Tuttavia, nonostante il capitalismo stia attraversando un brutto momento, una di quelle crisi che sembrano metterlo in discussione, la sinistra europea, sia quella tradizionale sia quella antagonistica, non se la passa tanto bene e non appare in grado di sfruttare gli effetti di questa crisi per rafforzare la sua presa, culturale ed elettorale, sulla società europea. Ma questo, dopotutto, non è sorprendente se si riflette sul fatto che non solo il modello alternativo al capitalismo, il comunismo, è (da tempo) spacciato, ma che anche il modello intermedio, la socialdemocrazia è in crisi.
Karl Marx diceva che il capitalismo è l’origine dello sfruttamento dei salariati, dell’alienazione degli individui, e, soprattutto, di crisi economiche cicliche. Aveva ragione? Beh, in questo Marx non sbagliava giacché il capitalismo è anche queste cose. Solo che, e qui sta l’incomprensione imperdonabile di Marx, il suo errore fatale, il capitalismo è anche altro. Il capitalismo è la fonte della crescita economica e del moltiplicarsi di opportunità di arricchimento, auto-realizzazione e gratificazione personali attraverso il lavoro. A suo modo Marx aveva intuito che il sistema capitalistico era dinamicamente instabile, perché soggetto ad oscillazioni cicliche potenzialmente rovinose. Tanto che, sbagliandosi, ne aveva predetto l’inevitabile crollo. Ma questo abbaglio non era dovuto agli errori delle sue “equazioni” sulla composizione organica del capitale. Piuttosto all’incomprensione dell’essenza del capitalismo, l’essere un sistema basato sull’accrescimento e il coordinamento delle conoscenze individuali disperse. Che sono la fonte della crescita economica, ossia di quella cosa che a partire dal XIX secolo ha trasformato un universo immobile, stagnante (o in lentissima trasformazione), in un mondo pulsante capace di sviluppare ad un ritmo mai sperimentato fino ad allora il benessere e il tenore di vita di miliardi di individui. Da questo errore Marx aveva poi derivata un’altra conseguenza sbagliata e cioè che esistesse un sistema alternativo capace non solo di eliminare lo sfruttamento e l’alienazione ma anche le crisi. Come si è visto, il meccanismo attraverso il quale questo sistema alternativo avrebbe dovuto risolvere questi problemi, la pianificazione centralizzata, ha completamente mancato i suoi obiettivi. Ma Marx, dopotutto, era un figlio dell’illuminismo, l’ultima cultura che ha guardato alla onniscienza umana con fiducioso ottimismo, cioè come ad una meta raggiungibile (I. Berlin).
La socialdemocrazia è stato il tentativo pragmatico di correggere alcune di quelle conseguenze negative del capitalismo, anche attraverso le politiche di stabilizzazione di stampo keynesiano. Ha avuto successo? E se lo ha avuto perché adesso non appare più una soluzione attraente? Riducendo all’osso la questione, il punto è che il sistema capitalistico richiede una piattaforma di regole ed istituzioni che ne rendono possibile il funzionamento. In questa piattaforma lo stato svolge un ruolo importante. Che, quando il sistema è soggetto ad una delle sue crisi ricorrenti (ed inevitabili) può anche assumere la forma di un intervento straordinario. Si tratta di capire sin dove questo intervento si deve spingere e per quanto tempo. Se si misura l’intervento complessivo dello stato attraverso il suo contributo alla produzione, si vede che dal 1970 ad oggi in tutte le economie capitalistiche sviluppate questo contributo è rimasto relativamente stabile oscillando attorno ad un quinto del valore aggiunto. Alla faccia delle politiche liberiste e della globalizzazione tanto biasimate. Per la verità, le statistiche internazionali attuali non forniscono una misura precisa di tale contributo. Se prendiamo come approssimazione il cosiddetto “non market”, nel quale la componente pubblica ha una quota preponderante sebbene il ruolo dei privati sia crescente, si vede che nei paesi dell’euro il valore aggiunto del settore “non di mercato” era il 17% del totale nel 1970 ed è attorno al 20% oggi. In Italia (anche se qui le diverse fonti forniscono dati discordanti sia per i volumi che per le dinamiche), il peso del “non market” è leggermente inferiore. Se si prende un’approssimazione più fine, scopriamo che il contributo specifico dei “servizi generali della pubblica amministrazione” è declinante in Europa. In Italia si è ridotto in questo periodo dall’8 per cento a circa il 5 per cento. Una crisi come quella che stiamo vivendo può fornire l’occasione per intervenire su questo volume di servizi fornito dallo stato. Per aumentarne la dimensione ma soprattutto l’efficienza. Dallo stato l’economia italiana ha bisogno di questo: una pubblica amministrazione più produttiva e più efficiente.
L'evasione fiscale. Nessuno, ovviamente, può sapere con certezza a quanto ammonti l’evasione fiscale in Italia. Questa inevitabile ignoranza autorizza chiunque a “sparare” la sua cifra, di modo che la faccenda diventa una specie di leggenda nella quale l’evasione assume le forme di una cosa mostruosa.
Nel 2007, l’ufficio studi dell’Agenzia delle entrate, quando ministro dell’Economia era Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco era il viceministro delle Finanze, rese nota una stima davvero scioccante dell’evasione: 270 miliardi euro! Un quinto circa del pil. In pratica, un terzo della base imponibile effettiva verrebbe “evaso” . Lo studio aveva ricostruito anche una serie storica del fenomeno,a partire dal 1980, dalla quale si ricavava che l’evasione era piuttosto costante in rapporto al pil (20%) nel corso del tgempo. In base a questi dati, la pressione tributaria effettiva, per quelli che pagano le tasse, sarebbe superiore al 50% (circa 10 punti % al di sopra di quella che risulta senza contare l’effetto dell’evasione).
Secondo i dati dell’Istat, l’economia “sommersa” rappresenta una quota di valore aggiunto compresa tra il 15 e il 17% (2006).
In questi giorni sono circolate cifre meno “mostruose” dell’evasione (100 miliardi).
In ogni caso, quale che sia l’ammontare dell’evasione, quello che possiamo sapere con certezza è l’ammontare del prelievo tributario: il dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia ci ha fatto appena sapere che nel 2008 le entrate erariali sono state pari a 422,3 miliardi di €, 4,6 miliardi più del 2007. Un aumento dell1,1% rispetto all’anno prima (+ 0,9% se escludiamo le una tantum). [Per inciso, le imposte dirette sono cresciute del 3,9%, mentre le indirette sono diminuite del 2,1% (in particolare Ires – 6%, Iva – 1.6%). Le imposte sul patrimonio e sul reddito hanno raggiunto nel 2008 i 231,5 miliardi di € (+ 8,6 miliardi), le tasse e le imposte sugli affari sono scese a 141,9 miliardi (- 2,2 miliardi)].
Se fossi intervenuto al dibattito organizzato ieri da Repubblica on line (ho dovuto declinare l’invito per il concomitante impegno didattico) avrei detto quali sono le misure più efficaci per combattere l’evasione. Tali misure sono suggerite dal buon senso e, come spiego più avanti in dettaglio, dalla teoria economica.
Primo, il punto chiave da cui partire è il seguente: quanto più sono alte le tasse, tanto più risulta conveniente evaderle;
Secondo, la misura più efficace per combattere l’evasione consiste perciò nel ridurre le aliquote delle imposte;
Terzo, una strategia efficace potrebbe consistere nel seguente mix: vengono ridotte le imposte sul reddito personale e contemporaneamente viene annunciato un inasprimento dei controlli e delle sanzioni. Allo stesso tempo, viene attuata una ricomposizione del prelievo tributario, aumentando il peso dell’imposizione indiretta.
Per affrontare in modo rigoroso il problema dell’evasione fiscale, dobbiamo usare il modello della scelta razionale in condizioni d’incertezza. In questo caso, esistono due stati del mondo (il possibile esito di una situazione appunto incerta): in uno viene compiuto l’accertamento fiscale, nell’altro no. Di conseguenza i due corrispondenti beni contingenti sono il “consumo in caso di accertamento” (CA asse orizzontale) e il consumo in caso di mancato accertamento” (CNA asse verticale). Ipotizziamo che in questa situazione:
1) abbiamo a che fare con una consumatrice, Flaminia, avversa al rischio (cioè una che preferisce non scommettere anche se la scommessa è equa dal punto di vista attuariale, ossia il cui valore monetario atteso è nullo);
2) il reddito lordo di Flaminia, pari a 1500 €, è tassato in base ad un’aliquota pari a t = 1/3;
3) Flaminia sa che la probabilità che venga fatto un accertamento sulla sua dichiarazione dei redditi è pari a e;
4) e che se viene accertata l’evasione fiscale la sanzione comminata è una multa pari a m = 0,8 per ogni euro d’imponibile non denunciato.
Il saggio marginale di sostituzione tra i due beni contingenti è pari a (e/1-e), ossia alla quotazione dell’accertamento fiscale (il rapporto tra le probabilità dei due stati del mondo, accertamento/non accertamento).
Nel grafico è mostrata una mappa di curve d’indifferenza con queste proprietà.
Se t = 1/3 Flaminia paga un’imposta di 500 €, e il suo reddito netto è pari a 1000 €, tanto che ci sia quanto che non ci sia l’accertamento. Flaminia si trova sul suo paniere delle dotazioni, il punto A. Se il consumatore evade l’imposta, il suo consumo sarà superiore di t euro per ogni euro evaso nel caso in cui non ci sia accertamento. Al contrario, sarà di m euro inferiore in caso di accertamento. Perciò, il vincolo di bilancio passa per in punti A e B del grafico e ha una pendenza pari a –t/m. Il consumatore massimizza la sua utilità nel punto E1, in corrispondenza del quale il suo consumo sarà CNA1 nel caso in cui non ci sia accertamento. Ossia, il consumatore evade l’imposta per un ammontare pari a (CNA1 - -1000) €.
In una situazione del genere cosa può fare il ministro delle finanze per combattere l’evasione fiscale?
Si è ipotizzato che Flaminia sia avversa al rischio (ossia non accetti una scommessa equa dal punto di vista attuariale). In tal caso, la misura anti-evasione consiste nel fare in modo che la multa comminata agli evasori e la probabilità di essere sottoposti ad un accertamento siano tali che il guadagno atteso nel caso si evada impunemente l’imposta su 1 € di reddito sia pari alla perdita attesa nel caso si venga scoperti. In questo modo i cittadini come Flaminia non evaderanno il fisco. Dati t e e, sia m° il valore percentuale della multa che renderebbe l’evasione una scommessa equa dal punto di vista attuariale. Allora
e m° = t (1 – e),
ossia, per definizione, la perdita in caso d’accertamento (il membro di sinistra) deve essere uguale al guadagno in caso d’impunità (il membro di destra). Dividendo entrambi i membri per e si ottiene:
m° = t (1 – e)/ e
In altri termini, per contrastare l’evasione, la multa per gli evasori dovrebbe essere pari all’aliquota fiscale scalata per la quotazione di non essere sottoposti ad accertamenti. Ad esempio, se la probabilità di accertamento è del 10% (la quotazione di non subire accertamenti è di 9 a 1), con un aliquota pari a 1/3, la multa che scoraggia l’evasione sarebbe del 300% (3 € per ogni euro di reddito non dichiarato).
Il punto chiave che si ricava da questa equazione è che quanto più alta è l’aliquota tanto più elevata deve essere la multa che scoraggia l’evasione. Infatti maggiore è l’aliquota maggiore è il guadagno aggiuntivo atteso per ogni euro di reddito evaso. In altre parole, aliquote d’imposta elevate incoraggiano l’evasione, mentre multe e probabilità di accertamenti più alte la scoraggiano.
Lex Silvia
Silvio Berlusconi, che in fondo si sente più un benevolo sovrano che un democratico primo ministro, non disdegnerebbe che fosse chiamata «Lex Silvia», come gli hanno suggerito il ministro Tremonti e il consigliere giuridico Ghedini (qui nel ruolo di gentiluomini di corte). Del resto, poiché è il frutto di un suo lampo notturno, sarebbe un nome giustificato per il “pacchetto casa” che dovrebbe essere discusso oggi dal consiglio dei ministri. «Lex Silvia», dunque. I propositi del governo, resi noti già da qualche giorno sia pure in forma di “work in progress”, hanno subito suscitato un coro di commenti rumorosi, rigorosamente dissonanti. Il che non è per niente sorprendente visto di cosa si tratta. Ossia, dell’annuncio della deregolazione del mercato delle costruzioni. “Il Governo punta alla semplificazione totale dell’attività edilizia con l’abolizione del permesso di costruire, sostituito da una certificazione di conformità firmata dal progettista…Viene meno cioè l’attività discrezionale e di controllo svolta dalle amministrazioni…La certificazione può essere utilizzata anche per la nuova edificazione, così come per le ristrutturazioni che comportano aumenti di volume o di altezza”, scrive il Sole 24 Ore (12 Marzo, pag. 29). Apriti cielo. Immediatamente la parola fatidica – cementificazione – è schizzata sulle prime pagine dei media, con il suo carico incorporato di cattivi odori e gemiti scandalizzati. Che bello. Solo per questa naturale capacità di scandalizzare i benpensanti e i professionisti della correttezza politica, il Cav andrebbe trattato come un genio (della provocazione).
Dunque scandalo. Ma che tipo di scandalo? Innanzitutto va notato che, al momento in cui scriviamo, si tratta di un annuncio. Per valutarne il probabile impatto dovremo aspettare di vedere come sarà il provvedimento specifico. E in particolare se esso vincolerà le Regioni o se si limiterà ad un atto di indirizzo nei loro confronti. Il ministro Tremonti, ormai un maestro del pragmatismo, ha annunciato che in ogni caso sarà reso permanente il regime fiscale agevolato per l’edilizia (Iva al 10 per cento). Ma se sarà vera deregulation, l’effetto “scandaloso” sul mercato delle costruzioni è facile da prevedere: aumenterà l’offerta di abitazioni (anche per l’incremento di valore del patrimonio esistente) e si abbasseranno i prezzi. Almeno, ciò è quanto predice il semplice modello della domanda e dell’offerta, lo stesso che gli studenti del primo anno apprendono nelle facoltà di economia e di giurisprudenza.
Insomma un vero scandalo.
Ma ci sono altre osservazioni da fare. Una riguarda la politica e ce la sbrighiamo rapidamente. È la prima volta in questa legislatura che il governo di centrodestra si muove con decisione sul terreno delle deregolamentazioni. E lo fa con un certo coraggio perché il momento non è esattamente uno di quelli in cui questo tipo di politiche è popolare. Quando era all’opposizione, il centrodestra criticò, sbagliando secondo noi, i tentativi del ministro Bersani che, pur essendo discutibili nei dettagli, si muovevano nella direzione giusta. Il fatto è che, e qui veniamo alle osservazioni che più ci stanno a cuore, questi interventi di tipo strutturale (che agiscono sull’offerta) sono necessari al rilancio della nostra economia. Essa è ora nel pieno di una crisi macroeconomica globale la cui straordinaria acutezza aumenta la pressione sui governi affinché attuino interventi energici al fine di stabilizzare il ciclo. L’efficacia di queste politiche di domanda (politiche fiscali e monetarie) è dubbia, come dimostra l’esperienza giapponese. Tuttavia, poiché sono inevitabili, ci si dovrebbe sforzare di congegnarle in modo tale da intaccare il meno possibile la crescita di lungo periodo. L’Italia poi è un caso speciale. Come mostrano le ultime statistiche, il pil è diminuito sin dal 2008 solo in Italia (e non a caso in Giappone). Ma questo non perché la recessione sia cominciata da noi prima che nel resto del mondo. Ma perché la crescita era già così debole che sono bastati i primi iniziali effetti del meltdown finanziario nell’ultimo trimestre del 2008 a trasformarla in negativa. In altre parole, è il nostro potenziale di crescita che è asfittico (il che ci rende anche più sensibili alle fluttuazioni cicliche). Se quest’anno il pil scenderà di oltre due punti e mezzo percentuali, come indicano varie proiezioni, faremo un balzo all’indietro di cinque anni. Al 2004. Nel primo decennio di questo nuovo millennio (2000-2009), il tasso medio annuo di crescita del pil reale italiano è stato dello 0,8 per cento. Ma anche se escludessimo questi ultimi due anni di ciclo negativo, il ritmo di crescita tendenziale resterebbe basso. Ecco perché il governo italiano, che come tutti gli altri non ha capacità illimitate di influire sull’economia, dovrebbe puntare su questi interventi strutturali che promuovono la crescita di lungo periodo. La deregulation del mercato delle costruzioni va in questa direzione.
Pubblicato sul Foglio, nella rubrica Diario di due economisti, a pag. 2 del 13 Marzo 2009.
Dal FOGLIO di oggi

martedì, febbraio 24, 2009
TOO BIG 
Sul prossimo numero di Le Scienze comparirà un articolo di Jeff Sachs (che si può leggere in inglese su Scientific American, qui), dove ci sono sia idee parzialmente giuste - che su questo blog sono state elaborate in modo coerente – sia sbagliate.
Le idee parzialmente giuste sono le seguenti:
«Il sistema politico-economico americano – dice Sachs- fornisce l’evidenza di un fenomeno noto come 'instabilità degli strumenti’. I policy makers della Fed e della Casa Bianca stanno tentando di usare le imperfette politiche monetarie e fiscali per stabilizzare l’economia nazionale. Il risultato, tuttavia, è stato di provocare oscillazioni ancora più estreme delle politiche economiche nel tentativo di prevenire recessioni che non possono essere eliminate del tutto.
Il team economico del presidente Barack Obama sta chiedendo uno stimolo senza precedenti con un ampio deficit e tassi di interesse nulli per contrastare la recessione. Queste politiche possono funzionare nel breve periodo ma minacciano di di produrre crisi ancora più gravi in pochi anni. La nostra ripresa sarà più rapida se le politiche anticicliche saranno inserite in uno schema di medio periodo nel quale il bilancio pubblico torna credibilmente in equilibrio e i tassi d’interesse a livelli sostenibili…Grandi deficit e tassi d’interesse a zero potrebbero sostenre la spesa temporaneamente ma al rischio di un collasso del dollaro, di una perdita di fiducia nel governo e di una crescente ansietà sulla sua capacità di ripagare il debito. Un risultato che potrebbe frustrare anziché accelerare la ripresa dei consumi privati e degli investimenti. La spesa [pubblica] in deficit ha senso in una recessione, ma i deficit dovrebbero essere limitati (meno del 5% del pil) e i nostri tassi d’interesse dovrebbero tenersi ben al di sopra di zero per evitare future fluttuazioni selvagge».
Qui finisce il ragionamento in parte giusto - in parte perchè, ad es., il quantity easing della politica monetaria potrebbe essere giustificato dalla necessità di ridurre l'incertezza che è il problema chiave della crisi attuale; e cominciano le idee discutibili di Sachs.
Un primo ragionamento discutibile è che, secondo Sachs, dovrebbero essere evitati ulteriori tagli delle tasse per non ridurre ancora di più le entrate pubbliche. Le quali “sono già troppo basse per coprire le esigenze del bilancio, specialmente se si prendono in considerazione le insoddisfatte e crescenti esigenze del finanziamento di sanità, istruzione, governi locali, energia pulita, e infrastrutture. In realtà, abbiamo bisogno di una traiettoria di entrate tributarie crescenti per riequilibrare il bilancio in pochi anni”.
Un altro ragionamento discutibile è che, secondo Sachs, le radici della crisi attuale starebbero esclusivamente nella politica della Fed del periodo 2002-3 che provocò ad arte una bolla per evitare la fine del ciclo espansivo della cosiddetta new economy.
Nessuna di queste due considerazioni mi convince.
La seconda è una banalizzazione delle radici finanziarie della crisi attuale. La quale ha a che fare con l’eccesso della domanda globale di attività sicure (ossia strumenti finanziari che forniscono una riserva di valore) determinatosi a partire dalla fine degli anni ’90. La conseguenza immediata di questa elevata e crescente domanda di strumenti-riserva di valore (che ha varie cause*) e a cui l’offerta non riusciva a stare dietro, fu un netto declino dei tassi d’interesse a lungo termine, su cui quindi la politica monetaria accomodante della Fed incise relativamente poco (come dimostrano i fatti del periodo del cosiddetto “Greenspan Conundrum” -2004 - quando l’inasprimento della politica monetaria non ebbe praticamente effetto sui tassi a lungo termine).
Quanto all'aumento delle tasse, è provato che esso deprime la crescita di lungo periodo.
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*l'aumento del fabbisogno di risparmio connesso all'invecchiamento della popolazione in Europa e Giappone; la crscita rapida e l'integrazion e globale delle economie caratterizzate da alti tassi di risparmio; la reazione precauzionale dei mercati emergenti alle prime crisi finanziarie; il livellamento intertemporale delle economie che ofrono "commodity" -cfr. Ricaqrdo Caballero, Aglobal perspective on the great financial insurance run: Causes, consequences and soluzions, www.voxeu.org, januaru 23 2009.
giovedì, febbraio 19, 2009
EE
La disputa ideologica che si è accesa intorno al cosiddetto caso Englaro ha bruciato e incenerito ogni ragionamento ogni parola ogni riflessione che valesse la pena di fare o di ascoltare. I fanatismi contrapposti e belligeranti, stuzzicati ma anche in un certo senso spompati dai soliti maneggi politici, hanno eruttato un rigurgito mediatico nel quale ogni possibile scarto è stato aspirato e lasciato lì in bella vista a galleggiare e a sommergere i famigerati buoni propositi. Una fiumana di rifiuti, una deriva di stupidità.
Ora Giuliano Ferrara afferma che il cardinale Camillo Ruini ha posto la vera questione, che sarebbe la seguente: “non si può essere cattolici e al tempo stesso credere nell’autodeterminazione della propria vita (e della propria morte)”.
Non sono un esperto né di teologia né di pensiero cristiano, ma a me era parso che da Sant’ Agostino (De Libero Arbitrio, De Natura Boni) e San Tommaso (Summa Contra Gentiles) sino a Gottfried Wilhelm Leibniz (Essais de Théodicée etc.), il concetto di autodeterminazione, variamente inteso, fosse parte dei principi cristiani, inclusi quelli cattolici. Autodeterminazione come “causa sui” (autopraghia), ossia auto-causalità, anche se, naturalmente, proprio San Tommaso aveva notato che ciò non implicava che l’uomo fosse la prima causa di se stesso, essendo Dio tale prima causa. Ma la Prima causa non è in contraddizione, sempre secondo San Tommaso, con l’auto-causalità dell’uomo.
Forse la divisione tra cattolici e non cattolici, i quali ovviamente non dubitano dell’autodeterminazione, non sta nel “credere nell’autodeterminazione” oppure no, come sostiene Ferrara, ma nei limiti che una tale autodeterminazione deve rispettare?
È probabile. Immagino che per un cattolico un limite invalicabile di detta autodeterminazione sia rappresentato dal concetto di “sacralità della vita”. Questo concetto spiega il ripudio dell’eutanasia e, come abbiamo appreso nella disputa sul caso E, anche il rifiuto della sospensione dell’assistenza alimentare e idrica (alimentazione e idratazione artificiali) ad un malato qualunque siano le sue condizioni.
Tutto questo lo capisco, tutto questo ha un senso. Tuttavia ci sono due problemi.
Primo, il concetto di “sacralità della vita” non è autosufficiente. Anche se uno non si fa irretire da banalità semantiche, deve rispondere a una domanda: cos’è vita? Alla quale si può aggiungere quest’altra domanda subordinata: è vita anche il cosiddetto stato vegetativo permanente? Qui il common sense, ripetutamente invocato da Ferrara, viceversa non ci può aiutare. Giacché non è ovvio, in modo da risultare senso comune, che per essere vivi basti respirare e non anche essere coscienti e comunicare con l’esterno. Qui non è questione di senso comune, giacché appare lecita sia la credenza che vita sia qualunque manifestazione di vitalità, di battito cardiaco, e che quindi meriti di essere preservata in ogni caso (anche attraverso la tecnologia); sia la credenza che vita è soltanto quando una mente è all’opera e questa attività è percepibile al di fuori di quella mente in un qualche modo (ad esempio in quello specifico che caratterizza le persone affette da limitazioni cerebrali genetiche o acquisite).
Secondo, se si nega l’auto-causalità, l’autodeterminazione, il problema del male diventa molto serio. Parlo della giustificazione del male al cospetto di un Dio buono, onnipotente e onnisciente, che è parte del pensiero monoteista, che è quanto intendeva Leibniz nel coniare il termine teodicea (théos – dio, dike - giustizia). La credenza nell’autodeterminazione, ad esempio, permette di attribuire l’incidente automobilistico di EE non a Dio ma agli uomini (e al caso). Viceversa, il rifiuto dell’autodeterminazione rende critica la natura di tale dio. In questo caso, la critica si può spingere, da un punto di vista logico, sino alla pretesa di affermare l’incompatibilità tra l’esistenza del male e l’esistenza di un dio buono onnisciente e onnipotente.
Infine, io immagino che i miei amici che si professano cattolici e liberali non possano essere d’accordo con l’idea che Ferrara attribuisce a Ruini e cioè l’incompatibilità tra credere in Dio e credere nell’autodeterminazione.
venerdì, febbraio 06, 2009
BarackObama.com
La politica economica (e non solo la campagna elettorale e le pubbliche relazioni) si fa anche con strumenti come questa e-mail (e con quelli in essa contenuti) spedita dal presidente Obama ad un certo numero di suoi elettori.
The economic crisis is growing more serious every day, and the time for action has come.
Last week, the House of Representatives passed the American Recovery and Reinvestment Act, which will jumpstart our economy and put more than 3 million people back to work.
I hope to sign the recovery plan into law in the next few weeks. But I need your help to spread the word and build support.
It's not enough for this bill to simply pass Congress. Americans need to know how it will affect their lives -- they need to know that help is on the way and that this administration is investing in economic growth and stability.
Governor Tim Kaine has agreed to record a video outlining the recovery plan and answering questions about what it means for your community. You can submit your questions online and then invite your friends, family, and neighbors to watch the video with you at an Economic Recovery House Meeting.
Join thousands of people across the country by hosting or attending an Economic Recovery House Meeting this weekend.
The stakes are too high to allow partisan politics to get in the way.
That's why I've consulted with Republicans as well as Democrats to put together a plan that will address the crisis we face.
I've also taken steps to ensure an unprecedented level of transparency and accountability. Once it's passed, you will be able to see how every penny in this plan is being spent.
You can help restore confidence in our economy by making sure your friends, family, and neighbors understand how the recovery plan will impact your community.
Sign up to host or attend an Economic Recovery House Meeting and submit your question for the video now:
http://my.barackobama.com/recovery
Our ability to come together as a nation in difficult times has never been more important.
I know I can rely on your spirit and resolve as we lead our country to recovery.
Thank you,
President Barack Obama
P.S. -- If you can't host or attend an Economic Recovery House Meeting, you can still submit your questions for Governor Kaine and then share the video with your friends and family this weekend. Learn more here:
Questo il testo integrale del Diario publicato oggi sul FOGLIO (pag.2)
Non-creative destruction?
« È inevitabile che in situazioni di crisi profonda i governi siano soggetti a forti pressioni. Giacché la crisi è globale, i governi di tutto il modo sono soggetti a queste pressioni. E poiché la crisi è finanziaria ed economica, è anche inevitabile che una parte di queste pressioni sia fatta di attacchi demagogici al sistema capitalistico e di pulsioni protezionistiche. Allora, il rischio maggiore della situazione che stiamo vivendo non è quello connesso alle prevedibili conseguenze macroeconomiche della crisi ma quello connesso alle politiche adottate per contrastare tali conseguenze. Non è che queste conseguenze siano trascurabili in se stesse – i costi economici e sociali della recessione internazionale dipenderanno dall’intensità e dalla durata di essa. Ma queste conseguenze potrebbero essere seriamente aggravate da reazioni sbagliate.
Un ragionamento che un numero crescente di economisti non inclini all’attivismo comincia a condividere è il seguente. Una politica fiscale aggressiva è davvero necessaria non soltanto e non tanto per contrastare il ciclo, attenuando le conseguenze macroeconomiche dirette della crisi, quanto per evitare che queste ultime amplifichino la disaffezione popolare e quindi dei politici per il capitalismo. In altre parole, quanto più la recessione sarà ampia, per durata e intensità, tanto più aumenteranno il discredito del sistema capitalistico come lo conosciamo, un sistema di libere imprese in mercati regolati, e la tentazione di allontanarsi da esso. Ergo, una politica di interventi energici, pur con tutti i suoi limiti, è la migliore scelta possibile per contrastare questo rischio.
Si tratta di un ragionamento assennato ma non del tutto convincente. Vediamo perché.
Ci sono tre osservazioni da fare. Innanzitutto, le crisi economiche, le recessioni, hanno anche effetti benefici, soprattutto sulla crescita di lungo periodo. Si tratta della “distruzione creatrice”. Fuor di metafora: la riallocazione delle risorse in usi e settori più produttivi. Questo significa ristrutturazioni ma anche inevitabilmente fallimenti. Se le imprese inefficienti riescono a ristrutturarsi e ad aumentare la loro produttività sopravvivono, altrimenti periscono. In ogni caso, le risorse umane e finanziarie affluiscono, sotto questa spinta, verso le imprese più innovative e competitive. Il tutto è alla base del processo della crescita di lungo periodo. Se gli stimoli fiscali aggressivi di cui si parla intervengono su questo meccanismo alterandolo e inceppandolo, la crescita economica viene seriamente danneggiata. I salvataggi mirati e gli aiuti di stato a settori definiti strategici da lobby e politici compiacenti, sono l’esempio da manuale di questa dannosa interferenza. A questo tipo di politica appartengono i sussidi di vario genere all’industria automobilistica.
In secondo luogo, lo stimolo fiscale può avere una certa efficacia se, date le caratteristiche di questa crisi, oltre ad essere commisurato alle esigenze e ai vincoli di ciascun paese è coordinato a livello internazionale per evitare giochi opportunistici destabilizzanti. Un coordinamento particolarmente problematico, di cui difatti non c’è traccia.
Infine, le radici di questa crisi sono finanziarie e quindi, come ha anche sottolineato il nostro ministro dell’economia a Davos, è illusorio aspettarsi dalla politica fiscale cure miracolose.
Come si applicano queste considerazioni all’Italia?
Nello stesso modo che si applicano a qualsiasi altra economia (capitalistica). La prima osservazione, basata sui principi della teoria della crescita economica che questa crisi non ha certamente minato, potrebbe però essere messa in discussione nel caso italiano se ha ragione Guido Tabellini. Il quale ha osservato che, viceversa, questa crisi potrebbe distruggere le nostre imprese più produttive (Sole 24 Ore, 1 Febbraio). Sono infatti le piccole e medie imprese esportatrici del settore manifatturiero le più esposte alla recessione mondiale che restringe i loro mercati e le loro fonti di credito. A vantaggio, osserva Tabellini, dei settori protetti e di chi produce per il mercato interno. Il ragionamento non è del tutto convincente. Intanto, i settori che offrono beni e servizi non commerciabili o producono per il mercato domestico sono in gran parte integrati con il settore manifatturiero e svolgono un ruolo anticiclico utile (anche se relativo, perché la caduta della domanda riguarda anche loro). Poi, perché il vero aiuto alle imprese esportatrici efficienti italiane verrà semmai dalle politiche di sostegno della domanda adottate dai paesi importatori. Ma ammettiamo che Tabellini abbia ragione, ossia che esista per l’Italia il pericolo di una selezione avversa, “distruttiva” e non “creatrice”, causata dalle peculiarità di questa crisi. In tale caso, cosa dovrebbe contenere il pacchetto fiscale di stimolo del governo italiano? Nulla di quello di cui si sente parlare in queste ore. Piuttosto incentivi sugli investimenti e sgravi sui costi produttivi delle imprese. Il tutto non limitato a presunti settori strategici. Il problema della dimensione dell’eventuale pacchetto e del suo finanziamento è un’altra storia sulla quale abbiamo annoiato i lettori a sufficienza.»
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